CARLO CHERASCO

Vi è nella vita di questo magnifico soldato dell’Italia e di un’idea gloriosa, la logica di concatenazione di fatti, di eventi, di azioni e di coraggio che si può dire che il Tenente Carlo Cherasco può definirsi l’esponente classico di una eletta schiera di giovani che mai si arresero, e nelle ore di lotta furibonda e nelle insanguinate trincee e nelle battaglie civili, di combattere per il trionfo della verità e della giustizia e rendere così sublime l’Italia.

Forse a pochi come a lui può attribuirsi il memorabile detto: “Meglio vivere un giorno da leoni che cent’anni da pecora”. In altre parole sta scritto nella vita di Cherasco l’imperativo: vivi pericolosamente. Saluzzese, perché nato nella città di Silvio Pellico nel 1891, l’aria sana che viene giù dal Monviso riuscì a plasmare un corpo reattivo a tutte le fatiche ed a tutti i dolori. Dopo il Diploma, appena ventenne prese servizio come soldato del 50° Fanteria, nella guerra Italo – Turca.

Ricordi che appaiono ormai lontani, quelli, di quanto sangue generoso sparse questo valoroso reggimento nel cuore delle Libia, quanta fulgida gloria raccolse. Fu quell’ epopea coloniale come il preludio della gloria di Vittorio Veneto e quei nostri soldati che combatterono e vinsero a Tripoli possono essere ben considerati alla stregua degli antichi legionari che assicurarono con la tenacia delle colonie la gloria di Roma.

Carlo Cherasco fu tra i primi legionari d’Italia che posero il piede in Tunisia nel novembre del 1911, essendo presente ai combattimenti di Henni di Hain – Zara.

Congedatosi, emigrò nell’America del Sud con l’intento di crearsi una solida posizione sociale e collaborale così con le nostre colonie all’estero a tenere alto il prestigio dell’Italia e degli italiani nel mondo. Ma nel 1914 – 15 giungevano a Buenos Aires gli echi di una grande passione che culminò poi nelle giornate del glorioso giorno. E Carlo Cherasco ruppe gli indugi. Bisognava ritornare in Italia perché la Patria poteva da un momento all’altro lanciare un nuovo appello a tutti i suoi figli. Ed ecco la guerra. Nel maggio 1915 divenne soldato del 161° Reggimento Fanteria, passò poi al 201° Reggimento composto in massima parte di piemontesi che sugli altipiani e le petraie del Carso si prodigò in offensive gloriose e irruenti e stette fermo nelle difese. Il Cherasco fu quindi attore di mille battaglie aspramente combattute, finchè fu promosso sottotenente ed assegnato al 115° Fanteria. Il tragico evento di S. Gabriele, la insanguinata Vetroiba, videro il giovane sottotenente prodigarsi in audaci offensive, lanciando in continuità il suo grido di sfida alla morte.

Il suo coraggio, il suo disprezzo del pericolo gli valsero il riconoscimento ufficiale nella motivazione di una medaglia d’argento guadagnatasi nel combattimento di Roccagliano: “Con mirabile esempio di slancio e di ardimento, sotto l’intenso fuoco nemico, guidò il proprio plotone all’assalto di una posizione, conquistandola e mantenendola poi saldamente contro i ritorni offensivi del nemico che pose in fuga con il lancio di bombe a mano, facendo anche dei prigionieri. – Roccagliano, 21 – 22 agosto 1917”.

E quando nel 1917 vennero costituiti quei raparti d’assalto, irresistibili, furie scatenate che travolsero e sconvolsero per la loro irruenza, il tenente Cherasco, chiese ed ottenne di far parte di questi gloriosi reparti, di quelle fiamme nere che si lanciavano all’assalto cantando la bella canzone che divenne poi l’inno della giovinezza d’Italia. Prese parte a diverse azioni, con i suoi arditi ed il 28 gennaio 1918, nel combattimento di Monte Val Bello in un furioso corpo a corpo, una pallottola di rivoltella nemica, sparatagli a bruciapelo gli attraversò il ventre. Per lo spasimo, il dolore, per il sangue che copioso defluiva, il tenente Cherasco cadde all’inverso, ma quando s’accorse che correva pericolo di cadere nelle mani del nemico, con supremo sforzo di una volontà che vince qualsiasi dolore, riuscì trascinandosi carponi, fra indicibili tormenti, a riportarsi nelle linee nostre. Venne proposto per una nuova medaglia d’argento al valore. La grave ferita lo costrinse per lunghi mesi a letto. Sorgeva intanto la gloria di Vittorio Veneto. Era ancora costretto all’ospedale, quando con alcuni commilitoni, nel novembre del 1918, fondava la sezione di Torino dell’Associazione degli arditi d’Italia, e quando nel marzo del 1919 Benito Mussolini lanciava agli italiani il verbo della nuova resurrezione, egli metteva a disposizione del compianto fondatore del fascio di Torino, On. Mario Gioda, non solo se stesso ma tutti i suoi arditi.

E la sua adesione al fascio di Torino non fu semplicemente platonica e ideale, perché egli fece parte del direttorio del fascio di combattimento di Torino. Comandante dei primi gruppi di azione, con i suoi arditi e con alcuni fascisti fronteggiò energicamente le azioni dei “rossi” ed in special modo lo sciopero del 20 aprile 1920.

L’impresa fiumana ebbe nel Cherasco un valido ed efficace collaboratore. Fondò presso l’Associazione degli arditi la “Lega volontari fiumani” colla quale si volle sovvenire i legionari fiumani di tutto quanto loro abbisognava. Ed erano tempi tristi perché i bambini e le donne fiumane avevano fame. Opera altamente benemerita, umanitaria e patriottica quella svolta dal tenente Cherasco, il quale appunto per la sua passione patriottica ebbe a soffrire il carcere sotto i governi di Nitti e di Giolitti.

Nominato cavaliere della corona d’Italia per meriti di guerra, presidente della sezione di Torino della Federazione nazionale arditi d’Italia, segretario politico di Ciriè e commissario straordinario del giornale settimanale politico economico “Il progresso del Canavese”, è segretario del gruppo regionale imprese elettriche del Piemonte, nelle cariche pubbliche e private porta sempre la sua grande fiamma di fede e di amore all’Italia.


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