Rassegna Stampa

Quando nacque il Bagaglino

Testata: L'ITALIA SETTIMANALE

Data:19 maggio 1993
Autore: Gianni Scipione
Tipologia: Specifico

Locazione in archivio

Stato:Copia
Locazione: ASMA,RS2-0002,67

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Quando nacque il Bagaglino

Da quel cabaret 94 reazionario" passarono Lanzi e Foà, Gabriella Ferri e Pippo Franco, Toffolo e Funari, Lionello e la Steni, e tanti altri ancora…

di GIANNI S. ROSSI

I1 nome nacque per caso. In una serata fumosa, nella Roma pre-sessantottina. Avrebbe dovuto chiamarsi 'Bragaglino'. Ma agli eredi di Anton Giulio Bragaglia non piacque. Dovettero eliminare la "r" e accontentarsi di "Bagaglino". Un nome senza senso, Ma che avrebbe fatto strada. Prima di quel 23 novembre 1965, quando nello scantinato del numero 4 di vicolo della Campanella, tra via dì Panico e i Banchi Nuovi, a Roma il cabaret non esisteva. Ci aveva provato Maurizio Costanzo, con il "7x8", ma con esiti infausti. Alla pattuglia del Bagaglino il miracolo invece riuscì. Era composta dai giornalisti Lello Della Bona, del Secolo d'Italia, Pier- Francesco Pingitore e Piero Palumbo, dello Specchio, Luciano Cirri, dei Borghese, e Mario Castellacci della Rai. Più il musicista Dimitri Gribanovski e ancora un giornalista, Gianfranco Finaldi, aggregatosi qualche mese dopo. Il centrosinistra dominava l'Italia. Loro, da "destra", ci ridevano su. Un riso amaro, il riso della satira. Che aveva nel mirino, sempre, la "Grande Borghetaria", quella borghesia capitolina che per sopravvivere nelle pieghe del Palazzo si stava scoprendo rnarxista. Quel modo di fare spettacolo controcorrente non durò molto, ma segnò - tra liti, scissioni, scelte di vita diverse - il decennio a cavallo del '70. L'ombra di quello che fu il Bagaglino esiste ancora. Contaminato dalla televisione, da anni viene proposto al sabato sera su Raiuno cucinato per palati familiari da Castellacci e Pingitore (vedi 'Crème Caramel" e affini). Ma ne è, appunto, solo l'ombra. E le ombre non graffiano. D'altra parte fin dall'86 il Bagaglino non esiste più. Trasformato nel '79 da cabaret in musical, dovette cedere il nome alle pretese di esclusività di uno dei fondatori, e adattarsi a restare "Salone Margherita", dal vecchio teatro romano dove da tempo si era trasferito. L'uomo che fu la vera anima del Bagaglino non poté protestare. Luciano Cirri, ancora giovane, era morto tre anni prima. Non l'avrebbe presa bene. Lui che pure, dopo un quadriennio di successi, scisse il gruppo originario rimproverando agli amici di voler percorrere strade troppo 'leggere'. Ma senza serbare rancore. Castellacci, volontario della Rsi, aveva scritto la più struggente canzone di Salò, "Le donne non ci vogliono più bene...". Ma la satira di quegli anni porta soprattutto il nome di Cirri. Un poeta politico, che amava la libertà e non riusciva a rinunciare all'impegno. Per questo, mentre sull'esempio dei Bagaglino nascevano a Roma l'oratorio e a Napoli La porta infame, lui fondò Il giardino dei supplizi. "Lui - ricorda la "sua" cantante, Pat Starke - non voleva andare verso il commerciale, voleva fare una cosa più difficile, più aperta più profonda. più tutto. E il successo arrivò puntuale un'altra volta". "Era uno che credeva - ha scritto Adriano Bolzoni - servisse a qualcosa riempire di parole i fogli bianchi. Un cinico pieno dì fede in quel che faceva. I poeti sono fatti così, a quanto pare". E ancora: Vivere è facile, basta lasciarsi andare. Ci sono fabbricanti di birra, di vino, di liquori. Ma lui no, lui la pensava diversamente, infilato nelle nebbie di chissà quale orizzonte perduto. Aveva il sigillo dell'intelligenza e dritta la spina dorsale. Con i testi di Luciano Cirri, oltre a Pat Starke hanno recitato o cantato in tanti. Alcuni risucchiati dall'oblio. Altri ancora oggi in auge: Bruno Lauzi, Gabriella Ferri, Pippo Franco, Lino Toffolo; Lando Fiorini, Arnoldo Foà, Leo Valeriano, Gianfranco Funari, Franco Bracardi, Antonella Steni, Franco Cremonini, Pino Caruso, Oreste Lionello, Claudia Caminito, Pino Roccon, Enzo Cerusico, Tony Cucchiara, Roberto Murolo, Anna Mazzamauro, Joe Sentieri. E probabilmente qualche nome sfugge alla memoria.

Ma cosa si recitava e si cantava? Grandi parodie del potere, democristiano e sociali- sta. ma non solo. Cirri spazia- va tra politica e angosce esistenziali. "Non devi mai sapere/ - scriveva in Ninna-nanna a Francesca - Francesca, bimba mia,/ di tutte le sue sere/ piene di nostalgia/ e dell'angoscia. matta/ di chi non può posare/ nella mano di Dio/ la sua lunga disfatta/ la sua voglia d'oblio/ Papà è più forte/ d'ogni dolore/ più della morte/ non del suo cuore". Nostalgico, più che di una stagione italiana ("Non eravamo fascisti, ma avevamo il gusto per il para- dosso e per la libertà") di un modo di essere dell'uomo - forse solo letterario -, Luciano Cirri era a disagio in un 'regime', non solo italiano, che non amava essere contraddetto. E allora lo metteva alla berlina, lo provocava. "Occidente sbagliato/ se ancora ci sei/ batti un colpo di Stato/ Occidente good- bye". Il bersaglio vero del Bagaglino prima, e del Giardino dei Supplizi poi, era il tipo umano del borghese. Che paradossalmente costituiva il pubblico privilegiato dei due cabaret. Caustico, Cirri ricorda al suo spettatore - che immagina intriso dell'egoismo generato dal benessere del "miraracolo economico" - che, "un bel morire / può fare male". "Sentite, gente,/ - incalza - è proprio fesso/ uno che muore./ Morire a Kindu/ non è carino./ Anche più sciocco/ morir per Berlino./ Oggi si muore/ per altre cose/ di mal di cuore/ di ferrovia/ di barbiturici/ in forte dose/ di nostalgia". C'è disprezzo, ma anche compassione. Sentimenti che Luciano Cirri filtra nel presente storico-politico. Sono gli anni della decolonizzazione pilotata da Mosca. L'italiano medio e il suo governo non vogliono vedere. Il borghese "occidentale" fa lo struzzo. E Pino Caruso, al Bagaglino, canta le gesta di un nuovo "eroe". La figura del "mercenario", disprezzata dalla cultura corrente, viene presentata in positivo, sia pure in versione tragica. Il mercenario di Cirri è l'uomo solo contro tutti, che muore per affermare un principio, al posto degli altri. Una vita breve ma utile, invece che lunga ma 'normale' e tutto sommato inutile, contrassegnata da una mortificante banalità. "Se rimanevo a casa/ ... Avrei la moglie grassa/ le rate e la scicento/ mutua, televisore, salotto e doppio mento". L'eroe di Cirri è un trasgressivo incompreso, che sbandiera il proprio sacrificio per riscattarsi. "Di me la gente dice/ ch'ero coi mercenari/ soltanto per bottino/ soltanto per denari/ ... In- vano cercherete/ soldi nel tascapane li ho spesi proprio tutti/ insieme alle puttane/ Salvai monache e frati/ dal rogo del ribelle/ ma l'Onu se ne frega/ se brucia la mia pelle./ Viva la morte mia viva la gioventù". In Cirri e nel suo gruppo riemerge - con evidenza - il vitalismo tragico che fu prima degli Arditi e poi soprattutto dei combattenti di Salò. L'andare incontro a una sconfitta sicura e ad una morte improbabile solo per dare testimonianza. Ma non c'è revanchísmo in senso stretto. E' l'aspetto umano che interessa, prima di quello politico. Affermata la netta condanna del clima plumbeo imposto dalla nuova alleanza catto-marxista ad un'Italia tutto sommato ancora provinciale, quando i testi si fanno più poli- tici sono sorprendenti.

Schierato, Cirri non chiude all'opposta fazione. Anzi. Nei panni di un ex-milite della Rsi - "il solito fesso, inchiodato alla parte perdente" - dice ad un partigiano: "Hai vinto, ragazzo. E non ci odiamo più/.Ora i tuoi capi battono la Piazza del Gesù./ I miei capi di allora, tranne qualcuno che non s'è arreso/ e i tanti al cimitero, si sono sistemati/ con animo disteso, tra i governanti, al Ministero./ ... La tua ideologia, la tua illusione, non l'hanno strangolata./ Non è stata impiccata a un lampione. Si è suicidata./ Per questo, partigiano, tu che ci hai creduto,/ tu che hai combattuto, e non eri tra quelli venuti fuori/ solo all'arrivo dei liberatori, anche tu sei fottuto./ Esattamente come me, che ho perso tutto/ tranne questo sentimento brutto, l'odio./ Ecco, guarda, in nome della pietà/ che non provai per la tua faccia, negli anni/ in cui ti davo la caccia a Sesto San Giovanni/ per la pietà che ci è mancata allora, è per questa pietà che dico ora: 'Questo è il mio odio. Riprendine metà"

Ma vennero gli anni Settanta. Tornò il tempo dell'odio. per un cabaret fatto a questo modo non c'era più spazio. Il Bagaglino cambiò pelle definitivamente. E il Giardino dei Supplizi chiuse i battenti. "per parlar chiaro - ricorda Leo Valeriano - è stato il medio borghese a mollarci. E per paura. In certe occasioni l'abbiamo provata anche noi. Un minimo di paura ce l'hai quando vengo- no lì a tirar sassi o bombe o cose del genere". La grande stagione del cabaret romano andava in frantumi così, tra i primi fuochi degli anni di piombo.
Gianni Scipione Rossi


Gruppi citati

LEO VALERIANO - Cabaret e satira