Rassegna Stampa

La compagnia dell'Anello

Testata: GROARRR

Data: settembre 1997

Tipologia: Intervista

Locazione in archivio

Stato:Rivista completa
Locazione: ASMA,RS1A-0002,2

Torna alla Rassegna Stampa
La redazione di Groarrr affiancata da un suo fido collaboratore, ha incontrato Mario Bortoluzzi, leader della mitica Compagnia dell’Anello storico gruppo musicale padovano, tra una domanda e l’altra è nata una lunga discussione fatta di ricordi, storia, confronti scontri e realtà presente, dalla quale abbiamo riassunto la seguente intervista. Ora siamo fieri di poterla presentare ai nostri famelici fans, consapevoli della loro morbosa curiosità.
- Innanzitutto cominciamo dalla storia del gruppo; dagli albori fino a i giorni nostri, cambi di formazione, problemi, discografia, ricordi e/o delusioni, ecc.
- La band nasce nel 1974 come Gruppo Padovano di Protesta Nazionale ed era composto da cinque elementi, alcuni di estrazione goliardica altri, se così possiamo definirli, politicamente schierati in quanto provenivano da ambienti come FDG e FUAN, Nel 1977 in occasione del primo Capo Hobbit si forma la Compagnia dell’Anello, in pratica un nuovo gruppo, poiché dello schieramento originale eravamo rimasti solo io, Junio Guariento e sua moglie Stefania, che collaborava alla stesura dei testi. In quel periodo eravamo dei militanti di una comunità assediata, chiusi in un ghetto, non avevamo cantautori o gruppi di riferimento nazionale come la sinistra. Con le nostre chitarre abbiamo iniziato a produrre canzoni che raccontavano la storia della vita quotidiana della nostra gente, di militanti di destra negli anni ’70 una cosa nuova che nessun altro voleva fare. Da quel lontano passato le cose sono decisamente cambiate, fortunatamente la nostra musica ha il suo spazio, il suo pubblico e la sua realtà.
- Presentazione dell’attuale ed organizzazione del gruppo per affrontare le richieste di concerti in giro per l’Italia.
- Attualmente il gruppo è formato da nove elementi: io Mario Bortoluzzi alla voce, mio cognato Massimo di Nunzio suona la cornamusa scozzese, la chitarra ed il flauto, mia moglie Marinella di Nunzio le tastiere, Gino Pincini il piano elettrico, Adolfo Morganti le percussioni, Marco Priori la batteria, Maurizio Sebastianelli il cembalo, Paola Fontana Morante canta alcuni brani e Alessandro Lachiarelli suona il violino. La Compagnia dell’Anello è un gruppo interregionale perché abbiamo elementi che vengono da Padova, Milano, Roma e perfino San Marino. Essendo questi luoghi molto distanti fra loro è facilmente comprensibile la difficoltà che incontriamo nell’eseguire con regolarità delle prove. Spesso ci troviamo nella condizioni di provare il giorno prima del concerto o addirittura solo qualche ora prima dello stesso, nonostante questo particolare problema ci sembra che la qualità delle nostre performances sia più che sufficiente. Questa situazione geografico/musicale se così possiamo definirla ha fatto sì che nascesse una seconda formazione che opera nel sud Italia e che ha il nome di Alchimia Celta, mentre la Compagnia dell’Anello si sposta sull’asse centro-nord.
- L’inserimento di nuovi elementi come Paola Fontana Morante ha aperto nuove strade e soluzioni per lo stile musicale della Compagnia dell’Anello?
- Dalla nascita fino ad oggi la band ha cambiato ben sei formazioni, questo non solo per il fatto che qualcuno è andato via, anzi perché si è aggiunto qualche nuovo componente. Siamo stati sempre solo disponibili ad accettare nuove esperienze, naturalmente dopo aver valutato le qualità tecniche del musicista, anche perché fino a qualche anno fa non erano poi tanti gli elementi di valore nel nostro ambiente. A tale proposito l’inserimento di Paola ha sicuramente arricchito il gruppo e offerto nuove soluzioni nell’evoluzione dello stile. Il nostro progetto in origine prevedeva il raggiungimento delle tredici unità, proprio come la Compagnia dell’Anello del libro il Signore degli Anelli.
- Voi foste i primi, assieme a Renato Colella, ad esplorare negli anni ’70 il variegato panorama della musica celtica, medievale folk o comunque d’area tradizionale, un tipo di ricerca melodica che rischiava di essere ceduta gratuitamente al nemico, Alan Stivell, in Europa e Angelo Branduardi in casa nostra, due fra gli esempi più illuminante. Cosa vi dettò e chi la scelta del vostro indirizzo musicale?
- L’idea che attraverso le forme della musica popolare tradizionale si potesse esprimere in metafora qualcosa anche al di fuori dal ghetto, Usciti dagli anni ’70 alcuni di noi anche con le ossa rotte, abbiamo tentato attraverso un discorso musicale di superare quelle barriere che fino ad allora ci avevano imposte per realizzare il nostro progetto, perché proprio attraverso similitudini e metafore colpivamo direttamente l’attenzione dell’ascoltatore. Tutta la nostra produzione, soprattutto quella degli anni ’80 si è svolta lungo questo binario.
- Cosa significò e cosa significa nella vostra esperienza la lettura delle opere di Tolkien? Vi sentivate effettivamente la Compagnia dell’Anello? Cosa ha significato per voi la scelta di questo nome?
- Il nome fu pensato da Junio e da Stefania, ed io all’inizio per la verità non ero molto concorde. Primo perché ero ancora legato al vecchio Gruppo Padovano di Protesta Nazionale, secondo perché avevo appena finito di leggere la trilogia di Tolkien e ne ero ancora talmente immerso che l’idea di adottare questo nome mi appariva come una profanazione della stupenda saga. In seguito il nome è volato anche perché in quel periodo esisteva una rivista dal nome di EUIN alternative femminili, Euin era una eroina del Signore degli Anelli, che era ispirato al mondo di Tolkien. Poi sono nati i Campi Hobbit e più in generale esistevano parecchio riferimenti, pubblicazioni, manifestazioni che davano come centro l’epopea del famoso scrittore. Questo perché era un mondo che fondava le sue radici nei valori della tradizione, noi siamo stati educati in quell’ottica, in quella visione della vita conseguentemente ci parve naturale continuare con quel preciso nome.
- Le vostre canzoni conservano per voi, ancora oggi, il valore, il significato, il trasporto che trasmettevano all’origine? C’è qualcosa di esse a cui vi sentite maggiormente legati?
- Sicuramente rimangono per noi immutate, conservano intatto ancora oggi il medesimo significato di quando sono nate. Siamo del tutto consapevoli del fatto che a venti anni di distanza sono canzoni che hanno appartenuto a un’epoca, ad un momento storico ben definito e ad una generazione. Come precedentemente accennato negli anni ’80 abbiamo spesso deciso di cantare per metafore con risultati accettabili, penso che ad ogni stagione corrisponda una precisa scelta di produzione musicale. Stagioni, che sono parte della vita stessa, perché siamo uomini fatti di carne e ossa, quindi il valore di quello che cantavamo non è cambiato ma sono cambiati i tempi. Personalmente sono molto legato alla prima canzone che ho scritto nel 1974 quando avevo ventidue anni, Padova 17 giugno 19745 ed anche a Terra di Thule anche se è di qualche anno più tardi, risale al 1980.
- Cosa hanno significato per voi gli anni di piombo. Quali insegnamenti avete tratto? Cosa ha voluto dire fare musica alternativa in quel periodo?
- In una canzone li ho definiti anni di porfido cercando di fornire uno spaccato di quello che era allora la vita di un ragazzo che militava a destra. Anni nei quali non esistevano libri di riferimento tranne pochissimi, le case editrici erano ridotte al lumicino vi era poca cultura e scarso dibattito all’interno del movimento. D’altra parte invece esisteva una grandissima smania, voglia, ricerca di trovare dei riferimenti, di approfondire dei temi culturali, perché assediati in maniera fisica cercavamo di superare quel cerchio stretto che gli avversari ci imponevano. Ricordo in maniera negativa il fatto che siamo scesi al livello che in quel determinato momento voleva il regime. La nostra reazione violenta, allora ci portò a fare il gioco del sistema. Se fosse possibile tornare indietro nel tempo, personalmente non rifarsi gli stesi errori, sono anche contrario alla mitizzazione che si fa nel nostro ambiente degli anni ’70. Sono anni in cui siamo caduti in piedi ma sempre caduti. Ho ricordi positivi per quanto riguarda le esperienze di vita umana, cameratismo, solidarietà ecc. ma non posso certo dimenticare che abbiamo perso politicamente. Il livello politico era ridotto a dover difendere il diritto di poter distribuire un volantino, chiaramente è un non senso. In questa situazione far musica alternativa significava dar respirare il nostro mondo e di conseguenza di respirare noi stessi che vi eravamo totalmente immersi. Il nostro scopo era quello di far ridere la gente, di tenere alto il morale, noi siamo nati con molte canzoni di impianto cabarettistico goliardico perché quegli anni erano davvero brutti. Francamente non ne ho nostalgia.
- Vi sentivate i continuatori ideali della tradizione musicale di quella parte d’Italia che nel secondo conflitto mondiale non aveva tradito? A meglio cosa vi trasmetteva in termini di pathos di sensazioni di memorie l’ascoltare le canzoni del ventennio e soprattutto quelle della R.S.I.?
- Prima di decidere di metterci a fare noi stessi musica, ascoltavo queste canzoni, poi abbiamo capito che i tempi richiedevano un altro tipo di espressione che non poteva essere quello. Sarebbe stato offensivo per la nostra intelligenza e per la memoria di quelli che le cantavano negli anni deputati a farlo riprendere, riarrangiare o addirittura rifare le medesime. Certo per noi un grande valore emotivo, storico, politico, però dovevamo scrivere canzoni nel nostro tempo, soprattutto per il nostro tempo. Crediamo di averlo fatto nel nostro piccolo.
- Come vi venne l’idea di proporre Il domani appartiene a noi, celebre brano del film Cabaret, divenuto poi un inno generazionale per i giovani che gravitarono e gravitano nelle formazioni giovanili di tutta la destra?
Durante il Campo Hobbit 1, casualmente un mio amico trovò per terra in un prato un foglietto di carta su cui era stampata, credo la traduzione del testo Il domani appartiene a noi, io ricordavo la melodia del film così è nata la famosa canzone. Assolutamente per caso.
- Che rapporti c’erano, che contati, ci sono tra voi e gli altri gruppi musicali del filone alternativo?
- Ottimi con il padre del cabaret di destra Leo Valeriano e con vecchi gruppi come Amici del Vento e ZPM di Verona, per quanto riguarda quelli della nuova generazione buoni con gli Hyperborea. Sono a conoscenza che alcuni di noi hanno rapporti buoni con Massimo Morsello, più in generale conosciamo tutti i gruppi d’area e i rapporti con loro non hanno mai causato problemi.
- Riuscireste ad esprimere con le parole, a trasmettere e descrivere il ruolo svolto negli anni passati dai Campo Hobbit? La ritenete un’esperienza ripetibile? Con che validità attuale?
Sono stati la prima iniziativa, l’occasione geniale che il movimento ha avuto per confrontarsi in quegli anni.- Ricordo con grande entusiasmo i primi tre, ma soprattutto l’ultimo del 1980, ideato da Umberto Croppi, che a mio avviso ebbe il più grande riscontro. Fu fatto in un paesino vicino all’Aquila, in una montagna splendida, pulita in due mesi dai militanti: una grande esperienza di cultura dove si sperimentò musica, grafica, cinema e teatro. In seguito ci furono altri campi con il medesimo nome, ma non ebbero il successo dei precedenti. Credo che le generazioni contemporanee debbano trovare una loro strada per riproporre eventi simili a quelli di Campo Hobbit. Il concetto rimane lo stesso deve però essere adattato ai tempi. Personalmente vedrei una grande festa di cultura popolare tradizionale, simile a quella organizzata due o tre anni fa dai ragazzi di Varese di Aldebran, dove noi abbiamo suonato. Una festa dove portare arte ed artigianato quello ispirato alle figure delle tradizione europea una specie di festival interceltico simile a quello che realizzano ogni anno i paese di area celtica a Lorinne in Bretagna. Qualcosa, insomma, improntato, caratterizzato da metapolitica piuttosto che da politica vera e propria.
- Perché secondo voi fu coniato il termine musica alternativa? E’ sufficientemente idoneo a circoscrive quell’ambiente musicale, politico, ed umano cui si riferisce? Come lo intendete voi? Molti gruppi specialmente nell’ultimo periodo, cercano di calcare con alterna fortuna le orme che voi avete tracciato può essere ancora una scelta valida? Che cosa manca per un considerevole salto di qualità?
- Ritengo che il termine musica alternativa sia sbagliato, anzi penso sia più indicato parlare do canzone alternativa, perché non tutti quelli che ne hanno composte hanno utilizzato lo stesso genere o stile musicale. Vi è chi ha usato il rock, chi il blues, il folk, la musica tradizionale e altro ancora, da questo l’errato conio della parola musicale alternativa. Era alternativa sui testi delle canzoni, in questo si distingueva e si distingue dalle altre non sicuramente per la parte suonata. Fatto sta che ormai è conosciuta per tale e tale penso rimarrà. Se i nuovi gruppi come ho già anticipato riescono ad attualizzare il messaggio, va bene, se scopiazzano le atmosfere degli anni ’70 certo che no! Devono rifarsi ai valori esterni dell’uomo, delle radici, delle tradizioni i quali non hanno tempo ma come sappiamo bene solo la storia. Una cosa essenziale al fine di compiere un reale passo in avanti dal punto di vista della qualità è la presa di coscienza da parte dei gruppi della professionalità della musica. Poiché la grande stampa ha dedicato degli articoli e delle inchieste sulla nostra musica, quando si suona, bisogna farlo bene, dando un’immagine professionale quello che dovevamo dire l’abbiamo detto, lo diciamo, lo diremo sempre in ogni caso però la forma ed il modo di presentarsi devono essere adeguati. Siamo sotto la lente d’ingrandimento della critica, non si possono certo fare delle schitarrate, è vero che abbiamo iniziato proprio con le chitarre ma ora siamo una piccola orchestra,. Per chi intende usare questo tipo di espressione musicale consiglio l’utilizzo o l’incremento se già in uso, di strumenti acustici. E’ impensabile in questi anni proporre ottima musica con testi scadenti, o viceversa. Le due cose vanno assolutamente di pari passo, devono perciò entrambi essere di buon livello.
- In questo periodo è divenuto argomento di attualità ma solo per chi aveva scordato le proprie radici o non le ha mai avute, la tragedia delle foibe. Qual è la vostra posizione su quell’infame pagina della nostra storia? Tra i gruppi della vostra area ci sembra siate quello che più ha voluto ricordare quei tragici eventi e non solo con La foiba di San Giuliano ma anche con il nuovo brano, che ci sembra si chiami Di là dall’acqua.
- La nostra posizione è talmente chiara, noi abbiamo scritto nel lontano 1975 La foiba di San Giuliano, ora ci fa piacere che ci siano altre persone che parlano di questi scottanti argomenti. Ci fa piacere non per noi perché siamo stai i primi assieme alle associazioni giuliane e dalmate a parlarne ma per chi vi è morto. Bisogna impedire che questi fatti vengano dimenticati tenendo viva la memoria delle coscienze. Nel ’96 abbiamo ripreso questo tema a noi molto caro, in questo senso esiste una continuità storica con il vecchio pezzo.
- In rapporto alla conoscenza diretta che potete avere dell’ambiente skinheads, musicale e non, quale impressione ve ne siete fatti, cosa ne pensate in tutta sincerità? C’è secondo voi attorno a questa realtà la stessa ignoranza malafede che probabilmente toccò anche voi negli anni passati?? O altro..?
- Valuto in maniera positiva l’ambiente skinheads, penso siano ragazzi, persone dalle sane visioni interpersonali ispirate a valori puliti. Ho simpatia umana nei loro confronti, perché per certi aspetti, li vedo come eravamo moi negli anni ’70. Non vorrei che commettessero i nostri gravi errori, errori che derivano da una comprensibilissima posizione di orgoglio per manifestarsi in un determinato modo. Io lo capisco benissimo, però mi dispiace che vi sottoponiate a inutili persecuzioni che potrebbero essere evitate eliminando certi tipi di esposizione. Non è certo un invito alla vigliaccheria, perché è molto più difficile fare politica, in questo preciso momento, che manifestare attraverso un simbolismo che è considerato dai più come il male assoluto, ve lo dice uno che ha imparato sulla nostra pelle nel passato, si ottengono risultati con la modificazione del tessuto sociale e il radicamento nel territorio. Altrimenti si corre il rischio di fare testimonianza di una comunità che è destinata alla sconfitta. Penso in definitiva che si possa porsi in maniera non vulnerabile per difendere determinate idee, senza essere mediocri o peggio vigliacchi.
- Per il vostro repertorio avete attinto filoni musicali, questo sottintende una conoscenza ed un amore per la musica notevoli. Cosa è per voi la musica? Che ruolo riveste nella vita dell’uomo? Esiste qualche genere che proprio non digerite?
Attraverso le canzoni esprimo la mia visione della vita, questo è il punto centrale. Per una comunità umana, politica, mi rifaccio integralmente a quello che diceva Codreanu per la musica, deve essere uno stato d’animo espressione di sentimenti puri. Personalmente non sopporto la musica afrocubana e il rap perché non hanno nulla a che vedere con la nostra tradizione europea.
- Dopo la ristampa sul CD di quella che la vostra discografia, ad opera della Cosmorecords e le ultime apparizioni dal vivo, c’è chi fra i vostri estimatori culla la speranza di una nuova futura incisione. Fantasia o realtà? Le vostre condizioni per un live?
- Noi abbiamo pronta una serie di nuovi brani, alcuni li abbiamo già presentati dal vivo negli ultimi concerti, penso che l’anno prossimo pubblicheremo il quarto album. Non abbiamo ancora in mente quale sarà il titolo, sappiamo solo che uscirà in CD e cassetta. Come ho già detto in precedenza, abbiamo iniziato a suonare per uscire dal ghetto e per portare fuori da questo i nostri valori e messaggi, quindi tutte le situazioni che ci danno occasioni da farlo sono ben accette.
- Negli album Terra di Thule e In rotta per Bisanzio avete privilegiato la tradizione folk e la storia d’Europa con particolare riferimento alle luci del medioevo mentre in Dedicato all’Europa prevalgono elementi di maggiore attualità per lo meno temporale. Im un eventuale nuovo lavoro cosa troverà spazio? Una sintesi di entrambe le scelte? Nuovi percorsi? Oppure passato presente e futuro legati da un comune filo conduttore?
- Nel nuovo album a parte alcuni brani che saranno strumentali, parleremo di attualità, tenteremo di parlare a questo tempo.
- Siamo alla fine dell’intervista, avete qualcosa da aggiungere? Salutare qualcuno? Un particolare messaggio di commiato?
- Niente di particolare ci fa piacere aver parlato con voi e per questo vi ringraziamo. Salutiamo tutti quelli che ci conoscono.


Gruppi citati

COMPAGNIA DELL'ANELLO